ÆS|6 – ottobre 2019

Cosa credete che racconti di più di noi? Il colore dei capelli, un nome, il timbro della voce, il colore degli occhi, la religione in cui diciamo di credere o, piuttosto, le tracce di noi che lasciamo cercando cose su Google, Amazon, Facebook, le interazioni immateriali che ogni giorno tessiamo sulla rete informatica? Con buona pace di identitari e sovranisti dobbiamo pensare al mondo come qualcosa di più grande rispetto a ciò che vedono i nostri occhi. Qualcosa in cui l’immateriale, la velocità delle informazioni, la capacità di elaborarle con precisione, l’idea di come utilizzarle conta e conterà sempre di più di confini veri solo sulle carte, dell’esibizione elitaria di potere. E ancora: ha senso parlare di mercato? Forse nel presente ma senz’altro il futuro sarà ben diverso e la tecnologia saprà individuare domanda e offerta, renderle personali e uniche. In ogni caso qualcosa che non pensavamo possibile e che invece sarà. Già oggi comprare un trattore non è più comprare un trattore ma la licenza d’uso del software che lo comanda. 

È di qualche settimana fa un rapporto di Dataroom che indica come «la società digitale è ormai realtà nei prossimi anni il processo si intensificherà, considerati i cambiamenti radicali che si stanno mettendo in moto con la diffusione dell’Intelligenza artificiale, della robotica, della realtà aumentata, dei big data. Tutte innovazioni che impatteranno sul modo di lavorare e sulle professionalità del futuro».

Come non pensare che tutto questo non possa avere a che fare anche con l’arte, con la cultura, con ciò che è intimo delle persone? Certamente la dimensione digitale dei rapporti economici modificherà profondamente anche gli aspetti giuridici sottostanti, i reati che a volte non ci sembra neanche di commettere, le questioni legate alla proprietà intellettuale. 

Paura di tutto questo? Dipende. Dovremmo averne se non capiamo immaginare che il futuro è già oggi e che dobbiamo imparare a governarlo perché ci ritroveremo dinosauri in poco tempo. Se non ci credete leggete Neal Stimler (ma anche tutti quelli che hanno scritto qui su ÆS) quando dice che «i musei hanno bisogno di membri del consiglio qualificati ed esperti nei settori dell’ingegneria e della tecnologia per sviluppare una capacità di leadership pensata su misura per la gestione a lungo termine delle istituzioni del XXI secolo. Il futuro dei musei non è rappresentato dai nuovi edifici: è nell’upload, download e remix della cultura in tempo reale tramite la tecnologia digitale, superando i confini grazie a differenti creatori di contenuti».

Ma dice Bebe Vio: «il futuro è una figata» ed è per questo abbiamo pensato a questo numero di ÆS: per conoscere e capire, perché da queste parti non siamo messi per niente bene. Per immaginare la strada e prendere in mano il volante. Perché come in ogni cosa è dalla consapevolezza che possiamo costruire il nostro futuro. 

La rivista è scaricabile cliccando qui


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