ÆS 8.4| Alberto Casiraghy – Le parole lievi


Alberto Casiraghy[1]

Sono un amanuense. Un amanuense il cui fare è al servizio degli altri e la parola è il suo scalpello. La parola è magia. La parola è vita. E la mia vita è dritta tra le parole che vanno a comporre la Poesia.

Stampo parole affinché queste sappiano restare. Le mie parole, quelle che raccolgo in giro per le strade o che qualcuno mi viene a portare a casa.

Ho iniziato questo lavoro quaranta anni fa con l’intento di vedere le mie poesie, e da allora di libricini ne ho stampati 10000.

Stampare le parole vuole semplicemente dire una cosa: fare. Fare con minuzia un piccolo oggetto forte e robusto che si fissi nella memoria e perduri nel tempo in cui racchiudere/portare parte della vita e parte della mia vita con gli altri.

Volevo che le parole prendessero forma, fisicità, e su carta rilegata queste mi sembravano ancor più belle. Pulcinoelefante, la mia casa editrice, produce edizioni in cui la manualità è fondamentale. Come un maestro liutaio metto la cura nei dettagli come nella scelta del carattere mobile fino a giungere alla creazione delle immagini, cosa che rende l’opera finita e ha fatto sì che negli anni acquisisse sempre più prestigio. Chi l’avrebbe mai detto!

Le mie parole e quelle degli altri, stampate, sono degli aforismi. È questo pizzicare l’esistenza, raccogliere la vita in frammenti, in dettagli che sono lunghi un intero giorno, che mi tengono in vita. Ho scritto aforismi per tutta la vita. Continuo a farlo. Ho pubblicato trenta libri di aforismi. Ma ciò che realmente mi interessa è la Poesia. La Poesia.

Mentre le poesie vanno e vengono, la Poesia, quella Poesia a cui presto il cuore, la ritrovo osservando la natura, stando con gli animali (le galline sono mie amiche) e nelle piccole e grandi gesta che l’uomo compie durante il giorno: un avvocato che fa valere la legge per gli affranti, un commercialista che salva dal baratro un disgraziato, un muratore che costruisce bene una casa, e sono certo che, se tutti questi uomini conoscessero Montale, sentirebbero meno la fatica del giorno. Sarebbero più felici.

Il sapere fare è Poesia, ma farlo bene, farlo con passione, con compassione, con e per agli altri che permette di cogliere il meglio della vita.

Spesso mi sorprendo a guardare il mio vicino dal balcone mentre si occupa dell’orto, mi meraviglia la bravura con cui muove il rastrello facendo dei segni nel granoturco accompagnando ogni zolla di terra al posto giusto ; una grande amorevolezza nel fare ci accomuna, una grande dedizione verso ciò che ci è caro, ma quel caro diventa poca cosa se viene relegato nell’ambito di un giardino o solo verso chi ci è confidente. Credo sia insufficiente rispetto ad un’intera esistenza.

La Poesia è in tutti, potrebbe aiutare, ma stranamente sembra non essere sentita da tutti.

Dopo tanti anni mi ritrovo stanco di lavorare. In certi giorni bisognerebbe andare in bici, godere del sole. Non mi emoziona più stampare come una volta. Il mese scorso in casa ho ricevuto 90 persone. Sono tante novanta persone, e sarebbero state di più se avessi lasciato la porta sempre aperta (si, lavoro con la porta aperta mi piace la quotidianità, e mi piacciono i saluti del giorno). Ma nonostante la stanchezza non riesco ad abbandonare questo arnese a caratteri combinati. Provo sempre una forte emozione nei confronti di chi viene a farmi visita.

Mi emozionano le persone, sono curioso e attento nel vedere le diverse combinazioni tra i tanti caratteri e le tante persone. E considero un privilegio stare qui. Ho più ricevuto che donato. Posso guardare il mondo e conoscerlo, e districarmi come un camaleonte nelle vite che non mi appartengono.

Da Dorfles a Soldini, dal bambino di cinque anni alla nonna di ieri, fino ad arrivare alla Merini, un idillio durato trenta anni con lei. Le vite che ho attraversato sono state differenti e le parole che udito ancor più.

Ho preso in seno ogni parola e con esse ogni persona. Non tutte le parole che ho sentito e stampato le ho amate e condivise ma era maggiore il desiderio che scorgevo negli altri rispetto a qualsiasi mio disincanto.

Noto la naturalezza con cui le persone si muovono tra le mie cose. Ricordo a tal riguardo Vassalli, che da sempre era considerato una persona taciturna, invece qui si sentiva a proprio agio. Avverto il piacere che le persone provano a stare qui l’intero giorno, a lavorare sodo con i caratteri e il torchio e la grande soddisfazione che provano nel vedere a sera l’opera finita. Non avrei mai potuto interrompere un tale incanto. Non avrei mai potuto troncare la Poesia.

Si, sono un editore. Un editore bislacco per alcuni, un editore che non si fa pagare e permette a tutti di parlare. Questo luogo, uno spazio-tempo sospeso, ha dinamiche diverse rispetto al normale fare. La creazione e la relazione sopperiscono a ogni forma di guadagno creando quella magia che molto rammentano.

Ricordo Alda Merini alle sette del mattino con i suoi versi in mano. La iniziai io agli Aforismi. Li dettava uno dopo l’altro e le immagini che invocava si susseguivano con veemenza. Io, alle prese col torchio, seguivo ogni parola e restavo attonito da questa donna cosi difficile a cui ero legato da un amore fraterno. Alda possedeva un carisma incredibile, una forza devastante ed era capace di far vibrare cosi profondamente ogni parola.

“La morte è il grande giocattolo di Dio”

“Il mio ventre è un groviglio di vipere che voi chiamate poesie”

“Il clistere è una delle mie grandi consolazioni”.

Smitizzava, riusciva a passare da Dio alle cose comuni. Qualche giorno prima di morire mi disse: “Quando non riesco a parlare vado a prendere la legna nel bosco e accendo le mie speranze”. Potrebbe averlo detto una bambina.

Si, sono stato molto fortunato ad avere a che fare con lei e con tutte le persone che hanno varcato la mia soglia di casa. Non ho mai invitato nessuno a venire, sono venuti tutti volentieri e probabilmente ciò fa si che io sia ancora qui a stampare.

Sono stato fortunato. Fortunato anche a non avere persone da accudire, una famiglia, cosa che mi ha permesso di continuare a stampare. Diversamente avrei dovuto ripiegare su qualche altro lavoro più remunerativo. Forse avrei fatto il falegname.

La parola è quel fare insieme, il fare con e per l’altro, che nel corso degli anni mi ha permesso di respirare.

Se penso alle tante parole sbagliate, alle parole inutili pronunciate, alla parola che può scalfire e ferire, alla parola a cui non viene dato merito…

Penso ma sono un’ottimista e alcune volte, quando leggendo l’altro scorgo un animo tormentato, un animo triste e rammaricato, gli mostro le levità nelle cose. E gli suggerisco la gioia con qualche forma di letizia scritta.

[1] Vive e lavora a Osnago in provincia di Lecco. Ebanista e autore di raccolte di racconti, poesie e aforismi, ha fondato nel 1982 la casa editrice Pulcinoelefante che pubblica libri stampati a mano, su carta pregiata e in tiratura limitata, ognuno accompagnato da un’opera d’arte originale.

Come scrittore è noto soprattutto come prolifico autore di aforismi. Nel 2009 la provincia di Milano gli ha dedicato un documentario ed è uno dei due protagonisti, insieme a Josef Weiss, del film documentario di Silvio Soldini “Il fiume ha sempre ragione” uscito nel 2016.

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