ÆS 8.5|Giovanna Romano/Franco Broccardi – Contro la cultura

Giovanna Romano[1] | Franco Broccardi[2]

Un libro scritto quasi quaranta anni fa, The Gift: Imagination and the Erotic Life of Property[3], raccontava dell’irrisolvibile dicotomia tra economia, razionalità e mercato e il mondo sociale, umanista, l’idea della reciprocità e delle relazioni. Da un lato la logica dell’economia di mercato, dall’altro l’erotismo del dono, la sensualità del pensiero. La cultura e il resto del mondo.

Siamo abituati a ragionare per categorie. Buoni/cattivi, cowboy/indiani, bianco/nero, i Genesis prima/dopo Peter Gabriel. Siamo abituati a pensare le cose immutabili e ferme nelle proprie contrapposizioni ma il mondo dovrebbe insegnarcelo ogni giorno: tutto cambia e non resta che adeguarsi. È un incessante fluire della vita e delle sue forme culturali, sia nel suo aspetto materiale sia in quello linguistico ed espressivo[4]. Questa epoca pandemica ci ha dimostrato la fragilità dei sistemi che pensavamo immutabili e che, al contrario, tutto, si muove verso quella che Marco Cammelli definisce una solida flessibilità[5] e quella dicotomia non deve essere pensata come un assunto monolitico ma solo come un retaggio del passato, una tappa di passaggio sulla strada di una società più giusta.

Serve avere ben chiaro in testa cosa unisce questi due mondi apparentemente inconciliabili, queste due visioni contrapposte. Un elemento che troppo spesso viene dimenticato e senza il quale nulla ha senso: le persone. E con loro la cultura e l’arte che partecipano allo stesso tempo alle due economie, quella di mercato e quella del dono.

Era il 1972 quando il Premio Nobel per la fisica, Philip Warren Anderson, pubblicava il suo saggio More is Different,[6] un manifesto dei meccanismi della complessità. Nel titolo si riassume perfettamente il pensiero dell’autore: possiamo studiare ogni singolo elemento di un sistema e conoscerne perfettamente le caratteristiche ma quando quei singoli elementi diventano sistema, un meccanismo più complesso, un insieme e si mettono in relazione tra loro come in ogni comunità le cose che ci troveremo di fronte saranno completamente differenti. Ed è per questo che Anderson conclude con quello che può essere una dichiarazione programmatica della sopra citata idea cammelliana di flessibilità: “Il problema non consiste nell’essere il miglior giocatore, ma nell’ideare nuovi giochi”.

Mai come ora questo è necessario e, a ben veder, una opportunità. Parole come mercato e responsabilità sociale, quindi, non possono essere più considerate come visioni opposte, contrapposte. Sono, anzi, il segno di questi tempi ibridi e profondi. Sono le parti di un tutto più complesso e umano.

In genere, quando si pensa a una impresa si pensa al profitto, agli affari e della produzione. Questo non è in assoluto sbagliato, ma è certamente un punto di vista non contemporaneo, e neanche di grande prospettiva economica se non si considera la funzione sociale e culturale di cui l’impresa, ogni impresa, può e dovrebbe sempre essere generatrice.

È fuori tempo ogni approccio riduzionista e manageriale come quello riassunto già nel 1919 in uno dei passaggi della causa tra i fratelli Dodge e la Ford Motor Company che ha fatto da detonatore per la successiva nascita delle società benefit e in cui la difesa degli interessi del profitto asseriva che “a business corporation is organized and carried on primarily for the profit of the stockholders” (“Un’impresa di capitali è istituita e condotta primariamente per il profitto degli azionisti[7]).

Quella che stiamo attraversando è prima di tutto una crisi cognitiva e valoriale che riguarda il modo di intendere i rapporti socioeconomici. Questa, come ogni crisi dialettica, ci offre la possibilità di cambiare i nostri filtri e adottare nuovi modelli.

Lo sviluppo, oggi, non può più essere considerato solo sotto il profilo economico, ma assumono rilevanza l’impatto sociale e culturale delle attività d’impresa, cosicché l’interesse, anche quello delle società, è sempre più rivolto a questi, oltre che ai tratti reputazionali e di impatto sociale. E tutto questo, infine, ha a sua volta riflessi economici.

Ibridazione, quindi. La corporate social responsability è una strada che sempre di più incrocia le scelte imprenditoriali e che in qualche modo realizza le idee che già erano di Adriano Olivetti: la premessa fondamentale di ogni azione imprenditiva non ha valore, inteso come accrescimento culturale ed economico, se al centro di tutto non c’è l’uomo.

E in questa crisi la cultura ha le proprie responsabilità. L’atteggiamento talvolta elitario e superiore, l’idea politica della cultura che la ha appiattita su concetti orizzontali e ancora una volta dicotomici come destra/sinistra l’hanno portata a perdere il contatto con le realtà e il valore percepito. Le politiche culturali hanno cercato di rispondere al come senza spesso porsi la domanda più importante: per chi.

Occorre cambiare condotta perché non è mai possibile lasciare che le cose, la cultura in primo luogo, si fossilizzino e si riducano a schemi non più contemporanei e men che meno adatti al futuro che verrà. Non basta indignarsi ma occorre fare e fare bene. Occorre ripensarsi come movimento che ha impatto sociale, economico e politico e come tale ha la responsabilità di sviluppare una analisi critica di ciò che non è più valido. Nella forma e nella sostanza.

Servono nuovi modi di comunicare la cultura, di trasformarla perché abbia al centro le persone. Per provare a segnare una via nuova. Nuove strade che scardinino l’idea elitaria che la cultura spesso si cuce colpevolmente addosso, qualcosa di bello che ci porti fuori dal cliché dei convegni e delle lezioni dall’alto, dallo sbandieramento di numeri e statistiche, dalle frasi fatte e dai luoghi comuni senza finire, nel contempo, in una palude pauperista e di basso profilo. Servono condivisione e inclusione, serve l’idea di una cultura a servizio a partire dal linguaggio.

Serve una cultura che torni a essere soggetto politico. Che torni a darci una risposta a questa semplice domanda: in che modo la cultura cambia ancore la società?

È quindi giusto capovolgere i ruoli, la cultura deve fare un passo verso le persone e rendere quelle stesse persone partecipi nel processo creativo. Siamo lontani solo in parte da quei salotti francesi di fine ‘800, di cui tanto male parlava Marina Cvetaeva nel suo esilio e di cui accusava l’evanescenza della vicinanza tra le persone: “Sapete come comunica, qui, la gente? Salotti, molte persone, discorsi, con chi ti è accanto, un vicino sempre casuale, talvolta una conversazione avvincente e addio per sempre. (…) La sensazione che ognuno sappia e comprenda tutto, ma che sia totalmente preso da sé stesso o, nell’ambiente letterario dal suo ultimo libro. La sensazione che per te non ci sia posto. (…). E questa loro la chiamano l’arte dei rapporti umani”[8].

Un close up, come si direbbe oggi, in cui abbiamo il primo piano di tanti volti ma senza sfondo, dove c’è una completa perdita del mondo. Cosa ci può essere di più tragico?

Il presidente onorario dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini[9], afferma che il linguaggio serve per comunicare emozioni, sensazioni, non per fare bella foggia di sé, non per creare muri e ricercare una legittimità culturale che non è pensabile rispetto a quello che oggi ci richiede la vita: “rilassiamoci, almeno nelle situazioni informali” ha scritto anche un anno fa in un articolo sul Corriere.

E quindi, quale può essere il ruolo della cultura oggi considerando la sua non verticalità? Effettivamente ne ha ancora uno? E quale responsabilità hanno coloro che operano nella cultura? Quale chi ne manovra o anche solo indica le politiche?

Il bello riporta al buono. Dante al riguardo ci ricorda la metafora del banchetto, in cui l’invito è alla mensa del sapere, e come in ogni banchetto che si rispetti genera piacere, ristoro e “divertimento” per tutti i commensali, sia il cibo sia la comunicazione. Mangiando si cresce, s’impara e si diventa adulti, laddove la conoscenza e il cibo vanno di pari passo[10]. Ma affinché ciò accada bisogna fare sedere tutti a tavola e adoperare un linguaggio comune, una sfida molto ambiziosa, in quanto sottopone le idee, i concetti e le esperienze ad un vaglio severissimo. Allora la conoscenza avrebbe la sua funzione, la cultura riserverebbe a ogni uomo l’accoglienza meritata, inclusione e condivisone, in cui l’altro non viene visto come un ostacolo ma una risorsa, non altro ma un altro sé. Al tempo delle grandi narrazioni, degli ideali in cui le categorie avevano un senso, nel periodo in cui il mondo era ancora diviso tra Dio e la Sinistra, in cui il valore culturale era maggiore di quello sociale, tutto ciò poteva davvero essere fattibile? Oggi, invece? Cultura e natura si prendono ancora a calci e non si risparmiano colpi, il pregiudizio secondo cui le cose apprese siano più importanti delle esperienze è ancora vivo e vegeto nonostante si pensi che il XX secolo abbia sdoganato alcuni preconcetti. Abbiamo schieramenti contrapposti che come cani della stessa razza si attaccano alle calcagna l’uno dell’altro, e nessuno molla la presa. La comunicazione è la stessa, un linguaggio più forbito da una parte che si contrappone a uno forse più edulcorato ma con parole che ci accompagnano dritte all’inferno e, per quanto alcune di queste parole possano seguire una sintassi perfetta, il senso non cambia. La violenza è perpetrata, a danno sia dell’uno che dell’altro. Di tutti.

L’alce irlandese era giunto a sviluppare palchi di corna di quasi tre metri. Una bellezza impressionante e insostenibile. Un edonismo motivato da competizioni sessuali che, unito all’incapacità di adattarsi alle mutate condizioni ambientali, l’infittirsi delle foreste causato dai cambiamenti climatici, lo ha condannato all’estinzione. Ecco, questo rischia la cultura: guardarsi l’ombelico (e le corna), credersi bellissima e superiore e non accorgersi che il mondo è ogni giorno nuovo e diverso. Non essere più adeguata e di conseguenza morire di una inutile bellezza.

Servirà allora una giusta umiltà e laddove possibile aprire uno spiraglio, offrire opportunità diverse, e far si che ognuno possa scegliere per sé ciò che risponde a bisogni più intimi. In questo la parola aiuta, parole comprensibili e condivisibili, portatrici di un valore reale, che siano di interazione con l’altro e di integrazione in una comunità e, non solo lo strumento per lo svolgimento di mansioni quotidiane, o peggio, uno strumento di potere da esercitare sull’altro attraverso un linguaggio gergale che impedisce la comunicazione. Uno scambio reciproco sempre attivo e, in continua evoluzione, un dare-avere in cui tutte le parti possano arrivare alla piena soddisfazione e possano sentirsi davvero parte. Possano “mettersi a “tavola”. Ciò che è importante è comunicare la propria verità mettendola in comune con gli altri, cosa fattibile se solo ci si pone in ascolto di sé e degli altri servendosi di una comunicazione sottratta all’opaca espressività di alcuni linguaggi settoriali e specialistici.

Pontiggia ci ricorda che è impossibile trasmettere da un individuo all’altro la totalità erudita che uno possiede[11]. Questa resta incomunicabile. L’unico insegnamento interamente trasmissibile è quello degli affetti, una cultura propria incalzata dal sentimento, e “dall’attenzione piena di simpatia nei confronti degli altri”.

In virtù di questo, diventa fondamentale il sapere che si costruisce dalla reciprocità. Se è vero che la società nasce dall’interazione che gli individui pongono in essere l’uno nei confronti dell’altro, influenzandosi reciprocamente nelle relazioni, diventa quindi ancor più necessario porre l’attenzione su quelle forme poco appariscenti di azione reciproca, la gratitudine, l’amicizia, la fiducia, la reputazione affinché possano sedimentarsi nel tempo e possano segnare una nuova via per fare ed operare nella cultura.

È necessario un cuore intelligente.

[1] Sociologa, presidente Associazione Culturale Hub-C, Pescara

[2] Dottore Commercialista, partner BBS-Lombard. Esperto in economia della cultura, coordinatore per il CNDCEC del gruppo di lavoro Economia e Cultura

[3] Hyde L. (1983), The Gift: Imagination and the Erotic Life of Property, Random House, New York

[4] Simmel G., Il conflitto della cultura moderna, Roma, Bolzoni, 1976)

[5] Cammelli M. (2017), “Qualche appunto in tema di imprese culturali”, AEDON, 2/2017

[6] Anderson P.W. (1972), “More Is Different”, Science, 177

[7] Stout L.A. (2008), “Why We Should Stop Teaching Dodge v. Ford”, Law-Econ Research Paper, n. 07-11, UCLA School of Law, Los Angeles.

[8] Cvetaeva M. (2016), Lettera all’Amazzone, Castelvecchi, Roma

[9] Sabatini F. (2016), Lezione di italiano – Grammatica, storia, buon uso, Mondadori, Milano

[10] Jossa S. (2018), La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana, Einaudi, Milano.

[11] Pontiggia G. (2002), L’isola volante, Mondadori, Milano

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