ÆS 8.10|Emilio Isgrò – Da Emilio a Isgrò

La bocca di Michelangelo, 2014 – particolare. Courtesy Emilio Isgrò

Emilio Isgrò[1] in conversazione con Alessia Panella.

Credo che l’arte sia in questo momento la punta di diamante di tutte le conoscenze possibili. A partire dagli anni ‘60 e ’70, sino agli agli ultimi anni, c’è stato però un eccesso di ‘normalizzazione’ culturale, tant’è che uno dei romanzi più letti, Il nome della rosa, è opera di un filosofo. Delle ragioni estetiche e creative, quindi, si sono appropriati i filosofi (anche se è in effetti impossibile distinguere in modo netto la figura del filosofo da quella dell’artista, e Leopardi ne è un esempio). Questo processo, tuttavia, ha portato alla normalizzazione di cui dicevo, un assaggio della globalizzazione come la conosciamo oggi.

Non voglio fare delle rivendicazioni di tipo corporativo, ma solo evidenziare una dolorosa, tragica assenza che si ripercuote su tutta la società.

Perché dico, allora, che l’arte è la punta di diamante? Perché e quando si produce arte?

Perché all’uomo mancano le domande e tocca agli artisti, che annusano l’aria e intuiscono la direzione, formularne di nuove.

Insomma, ci sono le risposte, ma non si capisce bene a quali domande, e soprattutto alle domande chi.

L’artista è sempre stato una figura scomoda, di una scomodità metabolizzabile solo in presenza di una grande politica, quella che si sa avvalere anche dell’esperienza culturale in genere e artistica in particolare. Come nel rapporto tra Pericle e Fidia o come in quello tra Giulio II e Michelangelo. Oggi non c’è alcun Pericle e neppure un Giulio II.

Ma perché oggi, salvo rare, lodevoli eccezioni, abbiamo una piccola politica? Perché le classi dirigenti hanno smesso di occuparsi di cultura (e per ciò stesso di arte) ma anche perché gli artisti non sono capaci di farsi ascoltare abbastanza. E il mercato non svolge sempre il proprio compito di diffondere valori culturali. Questo è il limite del capitalismo italiano: quello di non saper osare, di non saper rischiare.

Oggi non si fa una politica a favore degli artisti. Un Paese come l’Italia, culturalmente un grande Paese, si accontenta soltanto della salvaguardia del patrimonio storico (che ovviamente va tutelato e valorizzato) senza favorire però la sperimentazione di nuovi linguaggi.

L’arte è la più sofisticata delle ricerche, come lo sono i vaccini. L’Italia affida queste ricerche ad altri senza pensarci troppo. Tuttavia il nostro Paese, che non è una grande potenza economica, militare o politica, ha per la sua storia la possibilità di esserlo sul piano culturale. L’arte viene infatti dalle viscere della storia, non dalla diffusione geografica spesso epidermica.

La crisi della politica si rispecchia così nella crisi della nostra arte contemporanea. Mentre nelle interviste televisive di trent’anni anni fa si poteva sentire un uomo politico come Amintore Fanfani parlare con competenza della Madonna del Parto di Piero della Francesca, oggi nei discorsi politici non si sentono citare poeti, artisti antichi o contemporanei. Eppure Fanfani, non certo un rivoluzionario, oltre a Michelangelo e a Piero della Francesca, sapeva anche chi fossero Burri e Fontana, ed era in grado di parlarne decentemente in pubblico.  Il fatto è che mancano i grossi obiettivi, quelli che solo la grande arte, la sola arte possibile, può immaginare. In un paese dove mancano artisti con notevoli ambizioni creative nessuno oserà sfide altrettanto forti. Né tanto meno si azzarderà a costruire una grande azienda accettando di correre un minimo di rischio. Questo per dire che come non c’è arte senza rischio, così non c’è economia senza rischio. In questo senso, arte e impresa corrono parallele.

In realtà la cultura artistica, a partire dal secondo dopoguerra, è stata appaltata agli Stati Uniti, che una volta vinta la guerra hanno voluto vincere anche la pace. L’Europa reagì male all’arrivo della Pop Art e degli americani, quasi come una vecchia zia turbata, ma oggi ha tutte le carte per tornare a fare sistema. L’Europa nel suo insieme, non solo l’Italia, che soffre di individualismi esasperati e sconta una politica che non aiuta e un capitalismo che non ha mai dimostrato d’avere una visione in cui i propri fini coincidessero con l’interesse generale. Fare l’imprenditore era una vocazione. Oggi ci sono soprattutto piccoli imprenditori: in tutti i sensi. Gli ingegneri scelti da Adriano Olivetti per la sua azienda, ad esempio, erano collezionisti appassionati e uomini colti. Ora quel collezionismo è finito, come è finita una libera concezione dell’arte svincolata da ideologismi. Ci rimane solo e sempre la speranza.

Se si eleva l’arte, si eleva anche la politica. L’arte è in questo momento la regina di tutte le discipline, più ancora dell’economia o della filosofia. La centralità dell’artista è una centralità diversa: come è stato nella fisica per la relatività di Einstein, l’arte come tale non è immediatamente accettabile. L’artista deve affermare una sua individualità potente all’interno della società, in cui il mercato può aiutare ma non può decidere. I grandi galleristi devono essere sempre radicati nella società. Naturalmente devono mirare anche al profitto, ma volendo piacere senza mai compiacere. Per questo la figura dell’artista glamour è destinata a esaurirsi.

Non esiste un prezzo per l’arte come non esiste un prezzo per le ostie in chiesa. Che l’arte sia desiderata, che ci sia voglia di arte è un bene, una cosa che esisteva anche ai tempi di Raffaello. Che ci sia voglia di possedere arte comprandola non è, in sé, negativo. Anzi. Ma oggi si è passato il segno, perché c’è un legame troppo diretto con il tornaconto immediato. L’artista ha bisogno di grandi committenti o di committenti illuminati. A parte il terribile Giulio II, Michelangelo trovò in un altro papa, Clemente VII, un committente di pari livello, e quando Clemente lo costrinse a ridisegnare un’infinità di volte le Cappelle Medicee, Michelangelo, scrivendo a un amico, ammise che il papa aveva ragione.

L’arte ha bisogno di tempi dilatati e di committenti sensibili, oltre che di artisti capaci. Quando ero giovane producevo poco e bene, perché noi artisti eravamo allenati all’attesa. Credo che l’arte sia anche pazienza e abitudine, lavorare con metodo significa attivare le droghe naturali, le cosiddette endorfine, che liberano dal bisogno di altre misture. Quando preparo una mostra importante, un lavoro che può durare anche mesi, alla fine balbetto come in una crisi di astinenza: il metodo mi scatena infatti una incontrollabile energia interna.

Il grande artista, insomma, non si costruisce a tavolino in poco tempo, ma è necessaria una vita di lavoro perché lo diventi. Ho costruito la mia vita su tempi volutamente lunghi perché il tempo lo crea l’artista. Ho sempre avuto estrema visibilità sin dalle prime cancellature, ma all’inizio dei primi anni Ottanta, sino alla metà degli anni Novanta, sono uscito volontariamente di scena dedicandomi ad altro: soprattutto al teatro. Nessuno dei giovani della mia generazione pensava alle vendite. Allora il museo era un punto di arrivo e mi chiedo se abbia senso che oggi sia, invece, un punto di partenza per un artista ventenne. Non vi è né conquista né sforzo.

Tuttavia, ho sempre avuto consapevolezza del mio lavoro, perché un artista è sempre sicuro di essere al centro del mondo, anche quando nessuno lo guarda. Al tempo delle avanguardie venivo un po’ criticato. Quando ci fu poi il loro crollo, sono diventato per tutti l’avanguardista per eccellenza: tutta colpa delle mie cancellature. Avevo visto i limiti di un certo tipo di avanguardia, il suo ideologismo, denunciandolo; e non potevo accettare di diventare alla fine il capro espiatorio di una situazione da me non voluta ma addirittura combattuta.

D’altro canto, l’artista è un uomo consapevole che vive nella società e lavora nello scambio con gli altri, trovando lì il proprio stimolo. Ha costantemente la sensazione che si possa costituire una società più aperta. Per questo motivo preoccuparsi per l’arte e per i giovani artisti dovrebbe essere la prima esigenza di ogni governo, senza moralismi. Gli artisti possono migliorare la società se la società si occupa di loro stimolando la creatività, ad esempio, già dalla scuola. Oggi, invece, non si studia neanche più la storia dell’arte. O si studia pochissimo.

L’artista deve avere la saggezza di non credere che la sua intelligenza riflessiva sia tutto. L’intelligenza speculativa va accompagnata a quella creativa, che è sempre irrazionale. L’esperienza del lockdown ha costretto le persone a stare in casa e l’artista ha compreso che la sua solitudine è diventata la solitudine degli altri, mentre tutti sono diventati partecipi della condizione di solitudine in cui vive l’artista. Anche quando è in società l’artista è sempre un uomo solo. Possono esserci amici che alleviano questa solitudine e persone che per bisogno di creatività si avvicinano all’artista per fare esperienza. Ma l’artista rimane comunque solo, anche perché l’arte è un’attività sanamente anarchica (come il mio temperamento, a cui aggiungo, da siciliano, una discreta dose di orgoglio).

Ragiono a lungo, spesso mi blocco, ed è in quel momento che nasce il gesto creativo, mettendo sotto i piedi l’intelligenza e lasciando vincere le oscurità della mente: con l’ovvia speranza (che è la speranza di tutti gli artisti) che la mia voce flebile si tramuti in una voce di tuono. Qualche volta succede, e io sono felice.


[1] Artista concettuale e pittore – ma anche poeta, scrittore, drammaturgo e regista – Emilio Isgrò (Barcellona di Sicilia, 1937) è uno dei nomi dell’arte italiana più conosciuti a livello internazionale tra XX e XXI secolo.

A partire dagli anni Sessanta, Isgrò ha dato vita a un’opera tra le più rivoluzionarie e originali, che gli ha valso diverse partecipazioni alla Biennale di Venezia (1972, 1978, 1986, 1993) e il primo premio alla Biennale di San Paolo (1977). 

Emilio Isgrò dal 1956 a oggi vive e lavora a Milano, salvo una parentesi a Venezia (1960-1967) come responsabile delle pagine culturali del Gazzettino

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